25/02/2023

Crepe: cronache di una Sicilia divelta, dimenticata, indimenticabile

"Crepe: cronache di una Sicilia divelta, dimenticata, indimenticabile" è uno dei dieci racconti uscito su Impronte - Storie a pedali numero 0/2021. In questo articolo vogliamo regalarti una lettura gratuita del pezzo, per invogliarti a sfogliarlo sul numero 0 del magazine dei cicloviaggiatori.

Goditi una lettura gratis: Crepe

Impronte – Storie a pedali è un magazine cartaceo nato per dare spazio e voce ai cicloviaggiatori con la passione della scrittura e della fotografia, ma anche per ispirare e far sognare chi decide di leggerlo. Per farti capire la potenza dei racconti presenti su Impronte, abbiamo pensato di regalarti una lettura gratuita, un racconto che trovi sul numero 0 del magazine dei cicloviaggiatori.

Si tratta del racconto di viaggio in Sicilia, nella fantastica e – al tempo stesso – toccante Valle del Belice, tragicamente colpita dal terremoto del 1968. Gustati Crepe: cronache di una Sicilia divelta, dimenticata, indimenticabile, parole e immagini che ti faranno viaggiare insieme a Francesco, tra i ricordi di viaggio e quelli di una terra capace di resistere e combattere alle avversità, rilanciandosi con il cicloturismo.
Se ti è piaciuto il racconto, puoi scegliere di abbonarti a Impronte – Storie a pedali, oppure acquistare l’arretrato del numero 0 nei pochi esemplari che restano.

Crepe, Impronte - Storie a pedali | Salemi

Crepe: cronache di una Sicilia divelta, dimenticata, indimenticabile

Francesco Gozzelino su Impronte – Storie a pedali 0/2021

Seduto sul ponte del traghetto che lentamente ci sta riportando a quella che chiamiamo casa, cullato dal suo dolce e rassicurante movimento, respiro l’aria salmastra e guardo l’orizzonte cercando di scorgerne la fine, là dove le due tinte sono così simili da diventare una linea unica.

Cielo e terra, monozigoti separati alla nascita, perennemente impegnati nel toccarsi, imitarsi, ingannarsi, accavallarsi. Chiudo gli occhi, percepisco il calore che mi scalda il volto. Nonostante le due settimane di bagni di luce, sento le guance accaldarsi. In questa sorta di trance sensoriale, ripenso al viaggio che sta per terminare, forse faccio una smorfia senza accorgermene.

Ricordo i giorni prima della partenza, quando raccontavo che avrei pedalato in Sicilia. Mi vengono in mente gli sguardi dei miei interlocutori, accesi da una sana scintilla d’invidia: mi guardavano con occhi luccicanti, mi suggerivano spiagge paradisiache, mi enumeravano luoghi idilliaci, dove poter godere del clima perfetto e del mare cristallino… beh sì, quello per poco tempo l’abbiamo assaggiato, ma solo con gli occhi, giusto nella tratta Genova-Palermo, speculare a quella odierna. Ho deluso i miei interlocutori: non sarebbero state quelle le immagini della pedalata settembrina di quest’anno.

Crepe, Impronte - Storie a pedali | Salita sterrata

Nulla di tutto ciò sarebbe stato il mio viaggio in Sicilia. Avrei “inspiegabilmente” bypassato Agrigento e la Valle dei Templi, Noto e le altre località di mare, l’affascinante Taormina e le splendide vedute da Selinunte.

Tutto ciò per cercare – e trovare – la solitudine dell’entroterra, l’oro e il nero dei campi a perdita d’occhio, raramente interrotti dal nuovo verdeggiare dei prati da poco spruzzati dalle timide piogge che spezzano le ancora cocenti giornate di questa stagione. Avrei esplorato luoghi dimenticati e remoti, lungo un itinerario il cui nome – come l’arancina – cambia genere a seconda di chi lo pronuncia: Sicily Divide (la se parli con un palermitano, il se parli con un catanese).

Questo percorso taglia la regione passando su una diagonale mediana da Trapani a Catania, una retta saggiamente disegnata che, oltre alle località di partenza e arrivo, tocca innumerevoli minuscoli borghi abbandonati persino dagli dei.

In Sicilia avrei scoperto l’energia delle sue crepe. Crepe presenti in una moltitudine di forme. Quelle tangibili – fughe, tagli, scavi nella terra – delle piste su cui avremmo pedalato. Strade secondarie, a volte principali, spesso franate o semplicemente trascurate, che rendono questo itinerario così selvaggio e avventuroso. Crepe di terre divelte dal tragico evento del 1968, l’infaustamente noto terremoto della valle del Belice e dei suoi villaggi capitolati, di cui si esplorano i ruderi soprattutto nella prima sezione del percorso. Crepe intangibili ma che fanno male, quelle che si sono scavate la via nel tessuto sociale e nella mentalità, che a volte fanno dubitare dell’essere umano e delle becere azioni che compie. Crepe che ti si formano dentro, e i sentimenti scaturiti dalla scoperta di questo mondo “altro” ti si aggrappano al cuore coi loro artigli.

Crepe, Impronte - Storie a pedali | Poggioreale balconi

Dei giorni in bici sulla Divide ricordo vividamente i primi due, forse i più ricchi di aneddoti, di storia, di forti emozioni. È proprio durante quelle giornate che in me si è fatta avanti la necessità di esporre qualche riflessione scaturita nel movimento mulinante della pedalata, a partire dalla parola “crepe”, che ricordo di aver ripetuto come un ossesso ai miei pazienti compagni di avventura.

Lasciata rapidamente Trapani e le sue saline, abbiamo costeggiato il lago di Paceco e apprezzato la repentina trasformazione del paesaggio in un ambiente rurale e selvaggio, in aperta campagna, tra piacevoli – anche se a volte molto duri – saliscendi.

Ancora un lago, chiamato Rubino, poi una salita di media durata e siamo giunti alla cittadina arabo-medievale di Salemi, di cui anche da lontano si può scorgere la fortezza normanna. È qui che abbiamo sbattuto la faccia sulle prime crepe, sicuramente quelle più facili da notare, probabilmente le più difficili da digerire.

Scalando le sue strade lastricate e scivolose fino a toccarne il punto più alto, si giunge in piazza Alicia dove, oltre alla mirabile vista sulla valle attorno, colpisce la presenza dell’ex chiesa madre, l’antico Duomo di San Nicola di Bari, prima ancora Tempio di Venere costruito su una moschea d’epoca araba. Quel che resta di quest’imponente struttura religiosa è sinergicamente incastonato nella piazza, a perenne rimembranza di ciò che avvenne nelle giornate del 14 e 15 gennaio 1968.

Crepe, Impronte - Storie a pedali | Cretto visto dal drone

La valle del Belice fu, infatti, teatro di un tragico evento sismico che contò almeno sedici grandi scosse (in totale ne furono registrate più di trecentoquaranta) percepite sulla totalità del territorio delle province di Trapani, Agrigento, Palermo e che nello specifico interessarono Montevago, Gibellina, Salaparuta, Partanna, Poggioreale, Menfi, Salemi, Santa Margherita del Belice, Santa Ninfa, Vita, danneggiando severamente o radendo al suolo alcuni di questi borghi.

Da Salemi si scende nella famosa valle, percorrendo simbolicamente a ritroso la storia di questo funesto avvenimento, dalla ricostruzione alla devastazione. Prima si raggiunge la nuova città per antonomasia della riedificazione seguita al terremoto del Belice, Gibellina “nuova”, poi si tocca il luogo della distruzione completa, Gibellina “vecchia”, permeata da un magico incantesimo, un fascino cui è impossibile sfuggire.

«Tra Santa Ninfa e Salemi, tra le Forche e la Mandra, il monte Falcone e il timpone Pontillo, sulla piana di Salinella sorge il nuovo paese. Nel nudo, nel crudo terreno, nella desolata vaghezza, nella memoria dissolta, nell’estraneità, nell’assenza, sorge l’arroganza, l’offesa, il teatro di marmo, di cemento, di bronzo, sorge alto sopra l’asfalto il fiore stridente, la stella texana, la porta per la fiera del vuoto, per la città metafisica.»

Crepe, Impronte - Storie a pedali | Metafisica

La “città metafisica” descritta da Vincenzo Consolo ne L’olivo e l’olivastro nasce nella piana vicino a Salemi, nella valle del fiume Freddo, in un vecchio alveo lacustre.

Chiamata anche la “città dell’Utopia” e ricostruita da Ludovico Corrao con l’aiuto di un folto gruppo di artisti per una sorta di riscatto sociale del borgo, rifiutando lo stereotipo del sud dimenticato da Dio e dall’uomo, oggi rappresenta un vero e proprio museo a cielo aperto. Gibellina, che «vide aprirsi nel seno della terra il buio dell’interno e il demone della paura», oggi è costituita da vie, piazze, costruzioni realizzate perseguendo l’idea della new town, con spazi metafisici e totem scultorei per raccontare la memoria delle terre che furono.

«Gibellina sulla carta geografica non c’era. Adesso non c’è neppure su quel clivio giallo d’estate – bruno d’inverno – che radunava attorno a tre chiese e tre piazze, mille case e mille porte. Cercarla sulla carta geografica, adesso che non si riconoscono nemmeno gli usci di casa, ha meno senso ancora. Eppure questo è stato un paese con la sua gente, con le sue storie. I terremoti coprono tante cose, ne scoprono tante altre. Mettono a nudo un’infinità di abitudini, di affetti appartenuti gelosamente. Svelano o lasciano trasparire ciò che era un uomo da vivo e nascondono i morti nel fondo delle macerie, come se questa memoria contadina, bracciantile, operaia, questa secolare povertà quotidiana custodita nelle case di tufo non fosse anch’essa da seppellire insieme con le sue vittime.»

Crepe, Impronte - Storie a pedali | Porta del Belice

È così che Sergio Zavoli, giornalista e senatore da poco scomparso, narrava alla televisione la notizia del terremoto e degli ingenti danni alle cittadine del Belice. Superata la versione moderna della “piccola montagna” (questo dovrebbe significare Gibellina secondo le sue origini arabe, Gebel zghir), a colpi di pedale sulle orme di una vecchia ferrovia, nel nostro peregrinare tra i segni della devastazione siamo giunti in un luogo che abbiamo particolarmente apprezzato ma che molti locali detestano: il Grande Cretto, anche noto come Cretto di Burri.

Quest’opera di land art, una delle più estese al mondo, fu realizzata tra il 1984 e il 1989 da Alberto Burri nel luogo esatto in cui sorgeva Gibellina fino al tragico 1968. Le macerie di Gibellina “vecchia” sono state cementificate nella stessa forma della città, ricordandone le viuzze strette con fenditure nella pietra bianca che si staglia sull’oro e sul verde dei campi che la circondano. Pedalando nel bianco accecante, tra questi candidi labirinti, rimembranza delle vie di una città sepolta, abbiamo respirato il ricordo delle fratture di cemento sul terreno, ancora una volta storditi dalla potenza incontrollabile della natura e della forza della memoria umana.

Come se non bastasse, poco oltre questa mastodontica creazione, grazie allo straordinario e attento udito di uno dei membri della spedizione abbiamo scoperto tre cuccioli di mannara abbandonati a bordo strada, vivi ma disperati, lasciati a piangere in un sacco di mangime. A quanto pare è una pratica comune tra i pastori, che pensano bene di sbarazzarsi in questo modo della cucciolata non gradita.

Grazie all’aiuto di Giovanni e Danuta, alla loro rete di conoscenze e alle volontarie di Salaparuta, dopo un po’ di attesa siamo riusciti a mettere in salvo i cuccioli. In una giornata sempre più ricca di emozioni, col cuore da un lato spezzato ma dall’altro sollevato per la spiazzante generosità di chi ci ha voluto aiutare nel salvataggio, siamo arrivati all’ennesimo borgo devastato dal terremoto del ’68, vale a dire Poggioreale.

Le cronache la ricordano come «diroccata, ma rimasta in piedi nella sua spettrale bellezza». Possiamo confermare: bastano pochi passi tra le sue vie per isolarsi ancora una volta nei pensieri, nella malinconia e nel ricordo di un tempo in cui fu splendida, nella sua semplicità, ammantata di vita. Ricordo vividamente di aver immaginato dei ragazzini che giocavano calciando un pallone per i vicoli del paese, i più piccoli che facevano rotolare un cerchio di latta con un bastone. Come congelate in un’altra dimensione, oltre al croccante scricchiolio delle mie scarpe da bici sulla ghiaia e sulle macerie, ho chiaramente sentito le grida dei commercianti miste alle litanie delle processioni estive a Santa Rosalia.

Crepe, Impronte - Storie a pedali | Tramonto nel Belice

In quell’interminabile giornata di forti emozioni, a Montevago stava per tramontare il sole. Passando di fianco a un immenso murale di recente realizzazione, per la stanchezza e le immagini impegnative che già riempivano le nostre teste, eravamo quasi sull’orlo di non notare ciò che vi stava dietro. Poi fortunatamente è stata la traccia a suggerirci la retta via, una sorta di anello che potrebbe sembrare un errore di progettazione, quasi inutile ai fini dell’esplorazione, ma che invece si è rivelato fondamentale per vedere, per comprendere.

Uscendo dalla strada asfaltata, infatti, si entra su una sterrata ben battuta, dalla quale in quel momento sbucavano due ragazzini a cavallo di un motorino dal ronzio molesto. Alzando lo sguardo, alla vista delle macerie, sembrava l’unico suono percepibile sul pianeta intero, forse.

Quello scalino quasi impercettibile dall’asfalto alla terra battuta, quel portale mistico ancora una volta ci riportava al Belice, a vedere ciò che Montevago fu e ciò che Montevago è. Il paradosso di questo borgo, come ricorda Leonardo Sciascia, è proprio la sua esistenza:

«[…] il paese cominciò a esistere nel momento in cui, sotto la zampata di una belva immane, finiva di esistere. Case, chiese, memorie d’arte e di storia: disgregate, cancellate per sempre. E tra i motivi per cui la pietà del mondo converse su Montevago distrutta c’è stato appunto questo: che la memoria del paese com’era, attraverso la voce di una bambina che leggeva un compito scolastico, fu subito viva anche in coloro che di Montevago, prima del terremoto, non avevano sentito nemmeno il nome.»

Crepe, Impronte - Storie a pedali | Ancora salita

I compiti erano stati trovati da un giornalista tra le macerie di quella che era stata la scuola media. Erano componimenti che costituivano un almanacco locale, una cronaca di un anno di vita a Montevago, dell’ultimo anno di vita di Montevago. Insieme ad alcuni disegni, questi scritti furono raccolti nei Quaderni di Montevago, un piccolo volume per celebrare la memoria di questo luogo che esiste sotto forma di ricordi e macerie che a passo lento abbiamo attraversato. Non ho ancora avuto modo di fissare queste immagini e queste emozioni, ma so che avranno sicuramente spazio nella mia memoria, nel mio cuore.

Queste crepe, questi segni indelebili di un passato tragico, queste vite distrutte in quei borghi che l’araldica e l’architettura raccontano di un passato arabo, aragonese, normanno. Borghi mai ricostruiti, villaggi estirpati dalla faccia della Terra, assorbiti dalle fenditure nella stessa. Come questi il Friuli, L’Aquila, l’Umbria e molti altri, vittime della natura, forse anche dell’immobilismo e dell’incapacità di alcuni – per citare Danilo Dolce: «la burocrazia uccide più del terremoto».

Mentre mi accorgo della smorfia, riapro gli occhi, torno in me e percepisco che una lacrima – quasi impercettibile – solca ora il mio volto.

Un’altra crepa, indelebile.

Questa è la potenza della memoria.

Crepe, Impronte - Storie a pedali | Poggioreale crepato

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